Roberto Terrosi
Berlusconi il furbo e le elezioni italiane
Ci sono tre punti che mi piacerebbe
sottolineare rispetto alle recenti elezioni italiane e sui
quali vorrei attirare l’attenzione dei lettori.
Il primo è la gravità della situazione italiana;
il secondo sta negli aspetti tragicomici e farseschi che potrebbero
anche essere letti come un modo di esorcizzare le difficoltà
esistenti; il terzo, infine, è il problema di una difficile
sfida per il futuro, che non riguarda solo le capacità
della classe dirigente ma anche lo stile di vita italiano.
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Su tutti i giornali europei e specialmente sul “Financial
Times” è stato messo in evidenza come le carenze della
situazione economica italiana costituiscano una zavorra anche per
il resto dell’economia europea. Si insiste particolarmente
sia sul debito pubblico, che in questi ultimi anni è aumentato
notevolmente, sia sulla produttività, che invece si è
ridotta. Da quando Berlusconi è sceso in politica per la
prima volta nelle elezioni del 1994, non si è mai stancato
di ripetere che la sua elezione avrebbe prodotto un nuovo boom economico
italiano, facendo riferimento al boom dell’economia italiana
negli anni ‘60. Poiché il primo governo Berlusconi
è stato breve a causa della crisi provocata dall’uscita
dal governo del partito della Lega Nord, il nuovo slogan consistette
nel dire che Berlusconi non aveva fallito, ma semplicemente “non
lo avevano lasciato lavorare”. Così al grido di “lasciatelo
lavorare”, Berlusconi ha riconquistato la maggioranza alle
scorse elezioni. Si è presentato addirittura in televisione
con la compiacenza di un noto giornalista che, invece di intervistarlo,
gli metteva a disposizione la sua trasmissione, fornendogli anche
una scenografia appropriata. In questa occasione egli ha proposto
un Contratto con gli italiani in cui prometteva, tra l’altro,
una consistente riduzione delle tasse e un aumento delle pensioni.
La realizzazione di questo programma populista ha portato all’aumento
della spesa pubblica e a una serie di “provvedimenti tampone”
basati sulla “finanza creativa” del Ministro Tremonti,
in cui si ricorreva a espedienti discutibili come il condono sull’abusivismo
edilizio. Il Presidente del Consiglio si è presentato così
come il difensore della piccola illegalità alla quale parte
consistente degli italiani ricorre per arrangiarsi, cioè
per fronteggiare i disagi dovuti alla disorganizzazione, alimentando
così la disorganizzazione stessa. A queste misure hanno fatto
seguito gli inviti del Premier al doppio lavoro per gli statali,
che è vietato dalla legge.
Il problema principale è che il governo Berlusconi si è
retto su un mandato populista al grido di “meno tasse per
tutti”, in cui è stato promesso l’inverosimile
e quindi bisognava dare l’impressione agli elettori che il
paese stesse crescendo economicamente senza mettere le mani nelle
tasche dei cittadini. A tal fine il ministro dell’economia
ha puntato tutto sulla formula “se aumenta il numeratore aumenta
anche il denominatore” e cioè se l’industria
va bene poi essa produrrà una ricchezza che porterà
benessere a tutti i cittadini. Quindi, secondo questa teoria, occorreva
eliminare tutti gli ostacoli definiti spregiativamente “statalisti”
che impedivano agli industriali di arricchirsi portando benessere
nel paese. Così si è operata una riduzione dello stato
sociale senza assistere però a una crescita del prodotto
interno lordo. Allo stesso modo si è cercato di sostenere
il consenso con misure che invece di prelevare soldi dai contribuenti
facessero fare affari ai cittadini meno rispettosi della legge,
come appunto il condono. Quest’ultimo, in poche parole, consiste
nel dare la possibilità di sanare sul piano legale i propri
abusi attraverso il pagamento di una multa di molto inferiore alla
pena prevista dai Codici. In questo modo viene stabilita una solidarietà
viziosa tra un governo che aveva una scarsa cultura della legalità
e che vedeva nei Giudici il proprio maggiore nemico, ma che, contemporaneamente,
individuava negli evasori fiscali la classe che avrebbe risollevato
l’Italia. Tale solidarietà viziosa si è rinnovata
anche nel momento dell’entrata in vigore dell’Euro,
quando il governo lucidamente e consapevolmente ha evitato di vigilare
sull’aumento indiscriminato dei prezzi per conquistarsi la
simpatia dei commercianti, che in realtà stavano frodando
la collettività, mettendo così a dura prova le possibilità
di resistenza delle fasce più povere e portando all’impoverimento
quelle medio-basse. In questo modo gli stipendi tra il 1.600.000
e i 2.000.000 di Lire che consentivano ancora di vivere dignitosamente
si sono trasformati in stipendi da fame. Il senso di questo testo
però non mira a una ricostruzione di una situazione economica,
ma a mettere i rilievo uno stile di governo, legato a una sorta
di estetica.
In una celebre scena di un suo film, Nanni Moretti grida “Ve
lo meritate Alberto Sordi!”. Alberto Sordi è un attore
e regista della commedia all’italiana molto noto in Italia
e poco all’estero. Partiamo quindi da un’estetica del
comportamento che è stata sviluppata dalla commedia all’italiana
con i suoi massimi rappresentanti Totò, Sordi, Verdone. L’eroe
di questi film è spesso un piccolo truffatore, un ingannatore,
una simpatica canaglia che vive di espedienti dandosi alla fuga
quando viene scoperto. Questo tipo di figura nasce dalla necessità
di rappresentare in maniera bozzettistica una realtà drammatica
delle classi più basse, in cui la gente ricorre a ogni tipo
di espediente per sbarcare il lunario finendo spesso a dare manforte
alla mafia, alla camorra e alla ‘ndrangheta. Totò cerca
di rispolverare le maschere della commedia dell’arte e di
impersonare un Pulcinella del XX secolo. Alberto Sordi compie invece
un’opera più sottile e più ambigua. Egli infatti,
volendo di mettere in luce e in piazza i vizi dell’italiano
medio, finisce col trasformare una denuncia di malcostume in un
comportamento modello. Su questa strada prosegue Verdone che, attraverso
questa sua tipizzazione caricaturale, da una parte schernisce, ma
allo stesso tempo esalta, figure negative e trash come quella del
cosiddetto “coatto” romano. In questo modo in Italia
si è andata profilando un’estetica e uno stile del
malcostume che si è trasformato da oggetto di biasimo a modello
culturale da emulare. Questa insistenza sul lato umano del furfante
di borgata sviluppato anche da registi colti come Pasolini, ha finito
con il ribaltare le posizioni e con il trasformare in modello negativo
il tipo dell’uomo virtuoso, corretto ed onesto, ritenuto ormai
un fesso, imbelle, stupido e moralista.
Questo tipo di estetica si fonda su una cultura del servilismo
e della sudditanza radicata nella coscienza degli italiani quantomeno
fin dal Rinascimento. Detto molto brevemente e rozzamente, la cultura
romana ha sviluppato una morale del funzionario in cui il soggetto
si trova sempre all’interno di una rete di potere in cui ha
superiori e sottoposti e quindi poteri e obblighi di servizio. Il
successo dello stoicismo si colloca proprio in questa apertura tra
senso del dovere verso i superiori e senso di responsabilità
verso i sottoposti. Questo modello rimarrà presente solo
in parte nella cultura successiva, anche perché man mano
si sviluppano nuove sensibilità. Il senso della sovranità
romana viene umiliato dalle invasioni barbariche, generando aspetti
di stampo pessimista e di condanna terrena che penetrano nel pensiero
cristiano e in una certa cultura italiana del disgusto che comincia
a formarsi proprio in questo periodo. Un ritorno di fierezza si
ha con la nascita dei comuni e delle prime forme di borghesia. Questo
tipo di borghesia però non è ancora sviluppata al
punto tale da poter generare una cultura dello stato come espressione
della volontà dei cittadini e quindi dello stato come entità
inclusiva. Il comune medievale più che una cultura delle
istituzioni propone una cultura della cosa pubblica e della realtà
civica della “città stato” vista nella prospettiva
di una rivalità costitutiva con le altre civitas, modellandosi
così sulla falsariga della fazione e della faida in cui i
gruppi sono tenuti insieme da inimicizie comuni, tale modello però
si moltiplica e si sviluppa anche all’interno dei comuni stessi,
portando così alla loro crisi. Questo impedisce sia il costituirsi
di un sentimento nazionale, sia la nascita di una moderna cultura
dello stato borghese. Lo stato, inteso come “res publica”
rimane una reverie, una memoria legata all’immaginazione dell’antico.
Le invasioni che ricominciano ad affliggere l’Italia dal Rinascimento,
pongono fine alla possibilità di formazione di questo tipo
di cultura. Ecco perché nella storia della cultura italiana
manca un’autentica fase biopolitica, in cui tutti gli aspetti
della vita vengono sussunti nell’organizzazione dello statoe,
al suo posto, si creano culture della subalternità, del servilismo
e della sudditanza.
Dalla commedia dell’arte del Rinascimento compaiono varie
figure di servi furbi, in teoria basate su quelle dalla commedia
classica che però assumono qui tutt’altro rilievo,
giungendo ad esprimere uno dei pochi caratteri comuni della cultura
dei popoli d’Italia. Anche tra gli italiani, soprattutto settentrionali,
non molti sanno che il “mafioso” nasce dalla figura
del guardiano, servo, maggiordomo delle ville dei nobili, dei signori
ex feudatari. Egli approfitta della sua condizione di intermediario
per esercitare un potere sulla massa dei sottoposti con cui la nobiltà
decadente non ha contatti concreti, divenendo una sorta di giudice
del popolino. Si forma così un’estetica del servilismo
interessato, dell’astuzia, dell’esercizio di un potere
che non può essere aperto e manifesto, ma sotterraneo e velato
di vittimismo, inferiorità, verso l’alto e di arroganza
e sbruffoneria verso il basso.
E’ su questa estetica che prima Andreotti (nella versione
dell’understatement vittimista) e poi Berlusconi (in quella
della bipolarità vittimismo-arroganza) costruiscono il loro
successo elettorale. Negli anni della Democrazia Cristiana, Andreotti
veniva spesso giudicato anche dagli stessi democristiani un uomo
implicato in molte vicende illegali, ma veniva da tutti ammirato
per la sua astuzia machiavellica e per la sua bravura nel non lasciare
tracce compromettenti o per la sua capacità di raccogliere
documenti tali da poter ricattare qualsiasi uomo politico italiano.
Non sappiamo dove finisca il sospetto fondato e dove inizi la leggenda
metropolitana e il mito. Sta di fatto che in un altro paese un uomo
tirato in ballo in un processo per mafia e indicato dal pentito
più importante, Buscetta, come capo stesso della mafia non
avrebbe goduto della simpatia popolare e avrebbe pensato bene di
dimettersi da qualsiasi carica politica. Egli invece ha raggiunto
l’apice del successo proprio al tempo delle dichiarazioni
di Buscetta. Oggi l’ottatasettenne Andreotti ha ancora la
forza politica per essere candidato a Presidente del Senato. Molte
sue frasi sono diventate proverbiali e una sorta di “Andreotti
philosophy” ispira l’azione di molti carrieristi italiani.
Berlusconi appartiene, da tutti i punti di vista, a un’altra
generazione rispetto ad Andreotti. Quest’ultimo aveva sfruttato
nella comunicazione la strategia del mistero, della cortina impenetrabile,
della riservatezza, ispirata a quella della chiesa cattolica. Berlusconi
invece, da uomo di comunicazione e di spettacolo, non si è
mai sottratto ai giochi dell’informazione, ma anzi ha fatto
dell’informazione e della disinformazione il suo campo da
gioco politico. La strategia elettorale primaria della Democrazia
Cristiana consisteva nel voto di scambio, ed era fondata sul controllo
del territorio attraverso una rete di favori, clientele e raccomandazioni,
nel quale il contatto e talvolta la collusione (più o meno
consapevole) con le presenze mafiose che governavano gli affari,
specie nel Sud, era inevitabile. Diversamente la strategia elettorale
di Berlusconi, pur raccogliendo l’eredità delle vecchie
clientele, punta al voto d’opinione e al consenso basato su
un carisma mass-mediatico, attraverso l’attuazione di una
“campagna elettorale permanente”. Questa pratica della
“campagna elettorale permanente” non fa altro inoltre
che perpetuare la vecchia idea fascista del consenso al potere sostenuto
da una continua attività di propaganda, in cui l’accento
va posto di preferenza sui nemici che allora erano comunisti ed
ebrei e che oggi sono invece comunisti e Giudici. In questo senso
Berlusconi, attraverso il dominio incontrastato sui media, ha adottato
una tattica tipica dei regimi totalitari: fare cioè dell'immagine
del nemico quell'elemento di difesa del consenso capace di mostrare
il proprio potere come debole e bisognoso di aiuto, e quindi di
mostrare il prepotente come vittima, secondo una consolidata strategia
messa già in atto storicamente dalle istituzioni cattoliche.
Si pensi che la Democrazia Cristiana aveva come simbolo lo scudo
crociato a difesa della civiltà cristiana contro il comunismo.
L'idea era che si doveva sopportare qualsiasi cosa per non cedere
di fronte alla perenne minaccia comunista. Ciò spiega, tra
l'altro, come mai dopo la caduta del muro di Berlino, tale assetto
politico sia andato in pezzi. Infatti, una volta finita la pressione
esercitata dalla minaccia comunista, non c'era più ragione
di continuare a sostenere un apparato così corrotto. Berlusconi
infatti non fa più riferimento a una minaccia esterna che
viene dalla Russia (di cui oggi si mostra amico), ma a una minaccia
interna, a un complotto contro di lui e contro la libertà,
che gli permette di identificarsi con la libertà stessa.
Sebbene lo spaventapasseri comunista funzioni solo per gli anziani,
egli continua ad agitarlo associandolo all'altro spauracchio secolare,
a quello, molto più radicato, dei Giudici, delle guardie
e della Giustizia.
Per comprendere questa paura occorre aggiungere alcuni elementi
all'estetica del servo furbo. Un elemento importante è rappresentato
dalla diffidenza detta "borbonica" verso il potere costituito
e i suoi emissari (polizia, guardie, magistrati); in quanto questo
potere non viene concepito come espressione e tutela della collettività
ma come fattore di semplice dominio e di oppressione. Ancora una
volta ciò è dovuto solo parzialmente al fatto che
gran parte del territorio italico si trovava sotto la dominazione
straniera: la ragione più profonda è un'altra. (Infatti
questo atteggiamento è più radicato al sud che al
nord, eppure il nord era anch’esso occupato largamente dall'impero
austriaco. La ragione più profonda sta nel fatto che: toglila
tuta). Il Sud, a differenza del Nord in cui è comparsa una
parvenza di classe borghese, è rimasto ancorato a una concezione
dello stato come semplice dominio e non ha conosciuto un autentico
sviluppo di un potere statale, espressione di una parte consistente
della comunità. Il altre parole, nel meridione si è
avuta la persistenza di un modello di potere pre-moderno. Quando
Foucault parla di potere disciplianre, di polizia, manicomi, quando
parla di biopolitica fa riferimento a tutti quegli aspetti che connotano
lo stato moderno come sistema di inclusione, rappresentanza di una
maggioranza a scapito di una minoranza di emarginati, considerati
dannosi e quindi segregati o espulsi. Questo stato inclusivo che
tutela e protegge una parte consistente della società, è
considerato positivamente dai cittadini integrati che lo vedono
come una garanzia e come una struttura da tutelare a loro volta.
Ma dove invece questa situazione non c'è, dove permane il
dominio esercitato da un potere alieno, la polizia e la Giustizia
non sono viste come protettrici della convivenza civile, ma come
un esercito di sgherri al soldo di un dominatore. Si è creato
così in meridione un vuoto di potere che è stato colmato
dalle varie forme di mafia secondo lo schema dell’astuzia
subalterna.
Lo stato borghese in Italia non è nato da spinte endogene,
ma è stato importato in alcuni casi anche con la forza. Una
delle ragioni per cui in Italia esistono due forze di polizia (una
dipendente dal ministero degli interni - la polizia - e una dipendente
dall'esercito - i carabinieri) sta proprio nel fatto che la seconda
fu creata come un vero mezzo militare per il controllo delle zone
forzatamente riunificate al Regno d’Italia. Non stupisce che
queste forze venissero percepite come una sorta di truppe di occupazione.
In altre parole, specie nel meridione non si sentiva la necessità
di un'Italia unita di uno stato-nazione, e quindi non ci si riconosceva
nelle sue istituzioni. Oggi la mancanza di una diffusa cultura dello
stato presente soprattutto nel meridione, si congiunge con il sentimento
settentrionale dello stato percepito come pesante, afflittivo e
limitativo per lo sviluppo economico. Il blocco di centro destra
guidato da Berlusconi è proprio l’espressione di questa
impostazione anti-stato e anti-giustizia che ha radici profonde
nella cultura italiana. Non a caso i suoi nemici sono i comunisti,
che rappresentano un'idea di stato forte e i Giudici che ne incarnano
la legalità. Si spiega così anche come mai il Presidente
del Consiglio abbia governato come se fosse stato all'opposizione
invece che al governo. Infatti, mancando di una cultura positiva
dello stato, il governo Berlusconi si è trovato costretto
a dissimulare il fatto di guidare e rappresentare lo stato stesso.
Si spiega inoltre perché Berlusconi sia andato avanti con
condoni, attacchi alla Giustizia e una politica economica rivolta
tutta verso le aziende. Infine non è un caso che Berlusconi
si sia comportato in un modo così farsesco. Egli infatti
sapeva che, se si fosse presentato come politico prudente, serio
e riservato, sarebbe stato letale per il consenso degli elettori.
In questo modo egli avrebbe rappresentato l'uomo dello stato che
si prende le responsabilità e che spinge i cittadini a una
responsabilizzazione che i suoi elettori non desideravano. E' per
questo che egli cerca sempre di presentarsi in una luce scandalistica,
egocentrica, teatrale, grottesca e farsesca. In questo modo egli
ribadisce il proprio personaggio da commedia dell'arte o da commedia
all'italiana in cui tanti italiani si identificano e a cui sono
disposti a perdonare qualsiasi gaffe, imprudenza, bugia o bassezza.
Inoltre così facendo Berlusconi ha continuato ad attirare
i media su se stesso, nell'ottica della campagna elettorale permanente
ed è riuscito a farsi percepire come un amichevole furbetto
che conduce la sua battaglia, magari goffamente, contro i nemici
statalisti e giustizialisti.
La situazione lasciata da questo governo-teatrino, è disastrosa.
Infatti non si è realizzata quella ripresa della libera impresa
su cui aveva scommesso il ministro Tremonti, inoltre i condoni e
l’invito a pratiche illegali, come il doppio lavoro, ha consentito
il proliferare degli abusi e dell'illegalità.
Si è evidenziato così che(togli la virgola!) a dispetto
delle previsioni di tipo postmoderno sulla scomparsa dello stato-nazione,
la sua presenza è oggi tanto più necessaria in quanto
trattiene le spinte caotiche che vengono generate dalla società
capitalista nel suo convulso sviluppo economico. Questo è
vero soprattutto in Italia dove le istanze legate a una concezione
pre-moderna del potere si sono saldate con le critiche postmoderne
allo stato legate alla liquefazione della società e ai flussi
della globalizzazione. L'Italia è quindi giunta alle problematiche
del postmoderno senza avere fino in fondo sperimentato quelle della
modernità a cui per tanti versi essa stessa ha dato storicamente
inizio.
L'altra meta dell'elettorato non è automaticamente una parte
sana. Si tratta semplicemente di una parte in cui sono presenti
i temi più forti della responsabilità amministrativa
e civile, almeno in termini di retorica. Ma anche qui ci sono ampie
sacche di cultura democristiana, che insistono in uno stile di amministrazione
poco trasparente e i partiti della sinistra moderata risentono dei
limiti degli altri partiti socialdemocratici europei, che non sono
del tutto immuni dalla corruzione. Inoltre si assiste a un fenomeno
preoccupante proprio nella sinistra radicale. Infatti in questa
sinistra, che viene dalle istanze degli anni '70, si assiste a una
sfiducia di fondo verso le istituzioni che non spinge a una maggiore
tensione etica, ma che al contrario si traduce spesso in un pragmatismo
cinico e spregiudicato e in un'adesione di fatto alla cultura della
furbizia e dell'illegalità. Sono infatti numerose le attività
gestite da esponenti riconducibili a un passato di sinistra extraparlamentare
che impongono il lavoro nero e che praticano l'evasione fiscale
allo stesso modo dei piccoli imprenditori della destra berlusconiana.
In alcuni casi gli stessi centri sociali occupati sono diventati
dei music-pub a pagamento in cui non si fa più alcuna elaborazione
politica, ma semplicemente un business abusivo, spesso con la compiacenza
delle amministrazioni locali che si accontentano di pagare un prezzo
(essendo luoghi occupati non pagano le bollette) e di chiudere un
occhio (ad esempio sul consumo di stupefacenti) per rendere i giovani
più inoffensivi. Questo accade perché dal punto di
vista amministrativo si preferisce una gioventù abusivista,
viziata e stordita a una gioventù lucida, combattiva, coerente
e critica.
Comunque questi settori della sinistra radicale a cui si è
accennato hanno un peso insignificante sull'economia nazionale.
Essi sono sintomatici invece dal punto di vista delle tendenze di
quella che pretendeva di essere la fonte di rinnovamento della società,
essendo animata da sete di giustizia e da nobili ideali. Un altro
punto che fa da pendant a queste considerazioni sulle tendenze in
atto è il fatto che l'istruzione, la consapevolezza e in
generale il livello culturale non tende più a crescere di
generazione in generazione, ma a ridimensionarsi. In altre parole
si assiste a una sorta di imbarbarimento della scuola italiana,
dovuto anche a una sfiducia verso il ruolo sociale dell'istruzione
superiore e universitaria, che non gode più di alcun prestigio
sociale. Si è assistito a un abbassamento di tono dell'istruzione
in tutti i suoi gradi dalla scuola elementare, trasformata in una
sorta di asilo di infanzia, al liceo, divenuto una sorta di scuola
media inferiore, e infine all'università, divenuta a sua
volta una specie di liceo. Questo declassamento dell'istruzione
(intrecciato allo svilimento della figura dell'insegnante, visto
in molti casi come un fallito che vive ai limiti dell'indigenza)
è letale per lo sviluppo sociale ed economico dell'Italia.
Infatti l'unica possibilità per i paesi industrializzati
di mantenere un livello medio di vita è quello di essere
competitivi sul piano dell'innovazione scientifica e tecnologica,
dell'organizzazione, del know how, dell'elaborazione di nuove tendenze
e stili di vita e di consumo. Di certo la competizione non potrà
avere successo se si gioca sul piano incolto del semplice costo
della manodopera.
L'Italia ha rinunciato a qualsiasi ambizione di competitività
nella ricerca e nella produzione tecnologica. Per fare un esempio
la Olivetti che, prima dell'avvento del Personal Computer, era una
delle maggiori produttrici mondiali di Computer Aziendali, si è
trovata sull'orlo del fallimento e ha abbandonato di fatto la produzione
di computer. L'Italia non ha Software Houses che mettano i loro
prodotti sul mercato. I software italiani sono fatti per lo più
su commissione. L'Italia è una delle più grandi consumatrici
di telefonia cellulare, ma non ha una grande industria di telefoni
cellulari. C'e stato qualche timido tentativo, ma in generale i
prodotti elettronici italiani non sono prodotti di qualità.
I prodotti per cui l'Italia è famosa nel mondo sono invece
la moda, le scarpe, i vini, e i prodotti alimentari tipici. Questo
significa che è sufficiente uno spostamento dei gusti per
porre i crisi il "made in Italy". Questo significa che
l'Italia è esposta al pericolo di una discesa verso gli standard
del terzo mondo e in particolare dell'America Latina.
Questo nuovo governo quindi dovrebbe fare molto di più che
diminuire il debito pubblico, ma è difficile che possa riuscirci.
Infatti esso ha una maggioranza risicata e quindi nasce come governo
debole. Il problema principale però è un altro: più
la situazione peggiora e più questo tipo di italiano scaltro
non penserà a risollevarla con un’azione socialmente
positiva, bensì cercherà con ancora più accanimento
di strappare per sé gli ultimi vantaggi possibili, provocando
un’ulteriore degenerazione della situazione. Di contro a questo
circolo vizioso, occorre invece cercare di riattivare un circolo
virtuoso. Occorre cioè rimettere in moto una macchina organizzativa
capace di produrre istruzione di qualità, servizi efficienti,
produzioni industriali di alta tecnologia. Serve quindi un mutamento
di atteggiamento e di stile di vita. E’ vero pure che questa
Italia un po' cialtrona riesce alle volte a stupire il mondo con
imprese inaspettate. Ma oggi l’Italia non può più
andare avanti confidando nelle sorprese o nei miracoli, ma deve
impegnarsi in una seria e faticosa attività di ricostruzione.
© Europa Revue 2006 |