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Roberto Terrosi
Berlusconi il furbo e le elezioni italiane

Ci sono tre punti che mi piacerebbe sottolineare rispetto alle recenti elezioni italiane e sui quali vorrei attirare l’attenzione dei lettori.
Il primo è la gravità della situazione italiana; il secondo sta negli aspetti tragicomici e farseschi che potrebbero anche essere letti come un modo di esorcizzare le difficoltà esistenti; il terzo, infine, è il problema di una difficile sfida per il futuro, che non riguarda solo le capacità della classe dirigente ma anche lo stile di vita italiano.

Su tutti i giornali europei e specialmente sul “Financial Times” è stato messo in evidenza come le carenze della situazione economica italiana costituiscano una zavorra anche per il resto dell’economia europea. Si insiste particolarmente sia sul debito pubblico, che in questi ultimi anni è aumentato notevolmente, sia sulla produttività, che invece si è ridotta. Da quando Berlusconi è sceso in politica per la prima volta nelle elezioni del 1994, non si è mai stancato di ripetere che la sua elezione avrebbe prodotto un nuovo boom economico italiano, facendo riferimento al boom dell’economia italiana negli anni ‘60. Poiché il primo governo Berlusconi è stato breve a causa della crisi provocata dall’uscita dal governo del partito della Lega Nord, il nuovo slogan consistette nel dire che Berlusconi non aveva fallito, ma semplicemente “non lo avevano lasciato lavorare”. Così al grido di “lasciatelo lavorare”, Berlusconi ha riconquistato la maggioranza alle scorse elezioni. Si è presentato addirittura in televisione con la compiacenza di un noto giornalista che, invece di intervistarlo, gli metteva a disposizione la sua trasmissione, fornendogli anche una scenografia appropriata. In questa occasione egli ha proposto un Contratto con gli italiani in cui prometteva, tra l’altro, una consistente riduzione delle tasse e un aumento delle pensioni. La realizzazione di questo programma populista ha portato all’aumento della spesa pubblica e a una serie di “provvedimenti tampone” basati sulla “finanza creativa” del Ministro Tremonti, in cui si ricorreva a espedienti discutibili come il condono sull’abusivismo edilizio. Il Presidente del Consiglio si è presentato così come il difensore della piccola illegalità alla quale parte consistente degli italiani ricorre per arrangiarsi, cioè per fronteggiare i disagi dovuti alla disorganizzazione, alimentando così la disorganizzazione stessa. A queste misure hanno fatto seguito gli inviti del Premier al doppio lavoro per gli statali, che è vietato dalla legge.

Il problema principale è che il governo Berlusconi si è retto su un mandato populista al grido di “meno tasse per tutti”, in cui è stato promesso l’inverosimile e quindi bisognava dare l’impressione agli elettori che il paese stesse crescendo economicamente senza mettere le mani nelle tasche dei cittadini. A tal fine il ministro dell’economia ha puntato tutto sulla formula “se aumenta il numeratore aumenta anche il denominatore” e cioè se l’industria va bene poi essa produrrà una ricchezza che porterà benessere a tutti i cittadini. Quindi, secondo questa teoria, occorreva eliminare tutti gli ostacoli definiti spregiativamente “statalisti” che impedivano agli industriali di arricchirsi portando benessere nel paese. Così si è operata una riduzione dello stato sociale senza assistere però a una crescita del prodotto interno lordo. Allo stesso modo si è cercato di sostenere il consenso con misure che invece di prelevare soldi dai contribuenti facessero fare affari ai cittadini meno rispettosi della legge, come appunto il condono. Quest’ultimo, in poche parole, consiste nel dare la possibilità di sanare sul piano legale i propri abusi attraverso il pagamento di una multa di molto inferiore alla pena prevista dai Codici. In questo modo viene stabilita una solidarietà viziosa tra un governo che aveva una scarsa cultura della legalità e che vedeva nei Giudici il proprio maggiore nemico, ma che, contemporaneamente, individuava negli evasori fiscali la classe che avrebbe risollevato l’Italia. Tale solidarietà viziosa si è rinnovata anche nel momento dell’entrata in vigore dell’Euro, quando il governo lucidamente e consapevolmente ha evitato di vigilare sull’aumento indiscriminato dei prezzi per conquistarsi la simpatia dei commercianti, che in realtà stavano frodando la collettività, mettendo così a dura prova le possibilità di resistenza delle fasce più povere e portando all’impoverimento quelle medio-basse. In questo modo gli stipendi tra il 1.600.000 e i 2.000.000 di Lire che consentivano ancora di vivere dignitosamente si sono trasformati in stipendi da fame. Il senso di questo testo però non mira a una ricostruzione di una situazione economica, ma a mettere i rilievo uno stile di governo, legato a una sorta di estetica.

In una celebre scena di un suo film, Nanni Moretti grida “Ve lo meritate Alberto Sordi!”. Alberto Sordi è un attore e regista della commedia all’italiana molto noto in Italia e poco all’estero. Partiamo quindi da un’estetica del comportamento che è stata sviluppata dalla commedia all’italiana con i suoi massimi rappresentanti Totò, Sordi, Verdone. L’eroe di questi film è spesso un piccolo truffatore, un ingannatore, una simpatica canaglia che vive di espedienti dandosi alla fuga quando viene scoperto. Questo tipo di figura nasce dalla necessità di rappresentare in maniera bozzettistica una realtà drammatica delle classi più basse, in cui la gente ricorre a ogni tipo di espediente per sbarcare il lunario finendo spesso a dare manforte alla mafia, alla camorra e alla ‘ndrangheta. Totò cerca di rispolverare le maschere della commedia dell’arte e di impersonare un Pulcinella del XX secolo. Alberto Sordi compie invece un’opera più sottile e più ambigua. Egli infatti, volendo di mettere in luce e in piazza i vizi dell’italiano medio, finisce col trasformare una denuncia di malcostume in un comportamento modello. Su questa strada prosegue Verdone che, attraverso questa sua tipizzazione caricaturale, da una parte schernisce, ma allo stesso tempo esalta, figure negative e trash come quella del cosiddetto “coatto” romano. In questo modo in Italia si è andata profilando un’estetica e uno stile del malcostume che si è trasformato da oggetto di biasimo a modello culturale da emulare. Questa insistenza sul lato umano del furfante di borgata sviluppato anche da registi colti come Pasolini, ha finito con il ribaltare le posizioni e con il trasformare in modello negativo il tipo dell’uomo virtuoso, corretto ed onesto, ritenuto ormai un fesso, imbelle, stupido e moralista.

Questo tipo di estetica si fonda su una cultura del servilismo e della sudditanza radicata nella coscienza degli italiani quantomeno fin dal Rinascimento. Detto molto brevemente e rozzamente, la cultura romana ha sviluppato una morale del funzionario in cui il soggetto si trova sempre all’interno di una rete di potere in cui ha superiori e sottoposti e quindi poteri e obblighi di servizio. Il successo dello stoicismo si colloca proprio in questa apertura tra senso del dovere verso i superiori e senso di responsabilità verso i sottoposti. Questo modello rimarrà presente solo in parte nella cultura successiva, anche perché man mano si sviluppano nuove sensibilità. Il senso della sovranità romana viene umiliato dalle invasioni barbariche, generando aspetti di stampo pessimista e di condanna terrena che penetrano nel pensiero cristiano e in una certa cultura italiana del disgusto che comincia a formarsi proprio in questo periodo. Un ritorno di fierezza si ha con la nascita dei comuni e delle prime forme di borghesia. Questo tipo di borghesia però non è ancora sviluppata al punto tale da poter generare una cultura dello stato come espressione della volontà dei cittadini e quindi dello stato come entità inclusiva. Il comune medievale più che una cultura delle istituzioni propone una cultura della cosa pubblica e della realtà civica della “città stato” vista nella prospettiva di una rivalità costitutiva con le altre civitas, modellandosi così sulla falsariga della fazione e della faida in cui i gruppi sono tenuti insieme da inimicizie comuni, tale modello però si moltiplica e si sviluppa anche all’interno dei comuni stessi, portando così alla loro crisi. Questo impedisce sia il costituirsi di un sentimento nazionale, sia la nascita di una moderna cultura dello stato borghese. Lo stato, inteso come “res publica” rimane una reverie, una memoria legata all’immaginazione dell’antico. Le invasioni che ricominciano ad affliggere l’Italia dal Rinascimento, pongono fine alla possibilità di formazione di questo tipo di cultura. Ecco perché nella storia della cultura italiana manca un’autentica fase biopolitica, in cui tutti gli aspetti della vita vengono sussunti nell’organizzazione dello statoe, al suo posto, si creano culture della subalternità, del servilismo e della sudditanza.

Dalla commedia dell’arte del Rinascimento compaiono varie figure di servi furbi, in teoria basate su quelle dalla commedia classica che però assumono qui tutt’altro rilievo, giungendo ad esprimere uno dei pochi caratteri comuni della cultura dei popoli d’Italia. Anche tra gli italiani, soprattutto settentrionali, non molti sanno che il “mafioso” nasce dalla figura del guardiano, servo, maggiordomo delle ville dei nobili, dei signori ex feudatari. Egli approfitta della sua condizione di intermediario per esercitare un potere sulla massa dei sottoposti con cui la nobiltà decadente non ha contatti concreti, divenendo una sorta di giudice del popolino. Si forma così un’estetica del servilismo interessato, dell’astuzia, dell’esercizio di un potere che non può essere aperto e manifesto, ma sotterraneo e velato di vittimismo, inferiorità, verso l’alto e di arroganza e sbruffoneria verso il basso.

E’ su questa estetica che prima Andreotti (nella versione dell’understatement vittimista) e poi Berlusconi (in quella della bipolarità vittimismo-arroganza) costruiscono il loro successo elettorale. Negli anni della Democrazia Cristiana, Andreotti veniva spesso giudicato anche dagli stessi democristiani un uomo implicato in molte vicende illegali, ma veniva da tutti ammirato per la sua astuzia machiavellica e per la sua bravura nel non lasciare tracce compromettenti o per la sua capacità di raccogliere documenti tali da poter ricattare qualsiasi uomo politico italiano. Non sappiamo dove finisca il sospetto fondato e dove inizi la leggenda metropolitana e il mito. Sta di fatto che in un altro paese un uomo tirato in ballo in un processo per mafia e indicato dal pentito più importante, Buscetta, come capo stesso della mafia non avrebbe goduto della simpatia popolare e avrebbe pensato bene di dimettersi da qualsiasi carica politica. Egli invece ha raggiunto l’apice del successo proprio al tempo delle dichiarazioni di Buscetta. Oggi l’ottatasettenne Andreotti ha ancora la forza politica per essere candidato a Presidente del Senato. Molte sue frasi sono diventate proverbiali e una sorta di “Andreotti philosophy” ispira l’azione di molti carrieristi italiani. Berlusconi appartiene, da tutti i punti di vista, a un’altra generazione rispetto ad Andreotti. Quest’ultimo aveva sfruttato nella comunicazione la strategia del mistero, della cortina impenetrabile, della riservatezza, ispirata a quella della chiesa cattolica. Berlusconi invece, da uomo di comunicazione e di spettacolo, non si è mai sottratto ai giochi dell’informazione, ma anzi ha fatto dell’informazione e della disinformazione il suo campo da gioco politico. La strategia elettorale primaria della Democrazia Cristiana consisteva nel voto di scambio, ed era fondata sul controllo del territorio attraverso una rete di favori, clientele e raccomandazioni, nel quale il contatto e talvolta la collusione (più o meno consapevole) con le presenze mafiose che governavano gli affari, specie nel Sud, era inevitabile. Diversamente la strategia elettorale di Berlusconi, pur raccogliendo l’eredità delle vecchie clientele, punta al voto d’opinione e al consenso basato su un carisma mass-mediatico, attraverso l’attuazione di una “campagna elettorale permanente”. Questa pratica della “campagna elettorale permanente” non fa altro inoltre che perpetuare la vecchia idea fascista del consenso al potere sostenuto da una continua attività di propaganda, in cui l’accento va posto di preferenza sui nemici che allora erano comunisti ed ebrei e che oggi sono invece comunisti e Giudici. In questo senso Berlusconi, attraverso il dominio incontrastato sui media, ha adottato una tattica tipica dei regimi totalitari: fare cioè dell'immagine del nemico quell'elemento di difesa del consenso capace di mostrare il proprio potere come debole e bisognoso di aiuto, e quindi di mostrare il prepotente come vittima, secondo una consolidata strategia messa già in atto storicamente dalle istituzioni cattoliche. Si pensi che la Democrazia Cristiana aveva come simbolo lo scudo crociato a difesa della civiltà cristiana contro il comunismo. L'idea era che si doveva sopportare qualsiasi cosa per non cedere di fronte alla perenne minaccia comunista. Ciò spiega, tra l'altro, come mai dopo la caduta del muro di Berlino, tale assetto politico sia andato in pezzi. Infatti, una volta finita la pressione esercitata dalla minaccia comunista, non c'era più ragione di continuare a sostenere un apparato così corrotto. Berlusconi infatti non fa più riferimento a una minaccia esterna che viene dalla Russia (di cui oggi si mostra amico), ma a una minaccia interna, a un complotto contro di lui e contro la libertà, che gli permette di identificarsi con la libertà stessa. Sebbene lo spaventapasseri comunista funzioni solo per gli anziani, egli continua ad agitarlo associandolo all'altro spauracchio secolare, a quello, molto più radicato, dei Giudici, delle guardie e della Giustizia.

Per comprendere questa paura occorre aggiungere alcuni elementi all'estetica del servo furbo. Un elemento importante è rappresentato dalla diffidenza detta "borbonica" verso il potere costituito e i suoi emissari (polizia, guardie, magistrati); in quanto questo potere non viene concepito come espressione e tutela della collettività ma come fattore di semplice dominio e di oppressione. Ancora una volta ciò è dovuto solo parzialmente al fatto che gran parte del territorio italico si trovava sotto la dominazione straniera: la ragione più profonda è un'altra. (Infatti questo atteggiamento è più radicato al sud che al nord, eppure il nord era anch’esso occupato largamente dall'impero austriaco. La ragione più profonda sta nel fatto che: toglila tuta). Il Sud, a differenza del Nord in cui è comparsa una parvenza di classe borghese, è rimasto ancorato a una concezione dello stato come semplice dominio e non ha conosciuto un autentico sviluppo di un potere statale, espressione di una parte consistente della comunità. Il altre parole, nel meridione si è avuta la persistenza di un modello di potere pre-moderno. Quando Foucault parla di potere disciplianre, di polizia, manicomi, quando parla di biopolitica fa riferimento a tutti quegli aspetti che connotano lo stato moderno come sistema di inclusione, rappresentanza di una maggioranza a scapito di una minoranza di emarginati, considerati dannosi e quindi segregati o espulsi. Questo stato inclusivo che tutela e protegge una parte consistente della società, è considerato positivamente dai cittadini integrati che lo vedono come una garanzia e come una struttura da tutelare a loro volta. Ma dove invece questa situazione non c'è, dove permane il dominio esercitato da un potere alieno, la polizia e la Giustizia non sono viste come protettrici della convivenza civile, ma come un esercito di sgherri al soldo di un dominatore. Si è creato così in meridione un vuoto di potere che è stato colmato dalle varie forme di mafia secondo lo schema dell’astuzia subalterna.

Lo stato borghese in Italia non è nato da spinte endogene, ma è stato importato in alcuni casi anche con la forza. Una delle ragioni per cui in Italia esistono due forze di polizia (una dipendente dal ministero degli interni - la polizia - e una dipendente dall'esercito - i carabinieri) sta proprio nel fatto che la seconda fu creata come un vero mezzo militare per il controllo delle zone forzatamente riunificate al Regno d’Italia. Non stupisce che queste forze venissero percepite come una sorta di truppe di occupazione. In altre parole, specie nel meridione non si sentiva la necessità di un'Italia unita di uno stato-nazione, e quindi non ci si riconosceva nelle sue istituzioni. Oggi la mancanza di una diffusa cultura dello stato presente soprattutto nel meridione, si congiunge con il sentimento settentrionale dello stato percepito come pesante, afflittivo e limitativo per lo sviluppo economico. Il blocco di centro destra guidato da Berlusconi è proprio l’espressione di questa impostazione anti-stato e anti-giustizia che ha radici profonde nella cultura italiana. Non a caso i suoi nemici sono i comunisti, che rappresentano un'idea di stato forte e i Giudici che ne incarnano la legalità. Si spiega così anche come mai il Presidente del Consiglio abbia governato come se fosse stato all'opposizione invece che al governo. Infatti, mancando di una cultura positiva dello stato, il governo Berlusconi si è trovato costretto a dissimulare il fatto di guidare e rappresentare lo stato stesso. Si spiega inoltre perché Berlusconi sia andato avanti con condoni, attacchi alla Giustizia e una politica economica rivolta tutta verso le aziende. Infine non è un caso che Berlusconi si sia comportato in un modo così farsesco. Egli infatti sapeva che, se si fosse presentato come politico prudente, serio e riservato, sarebbe stato letale per il consenso degli elettori. In questo modo egli avrebbe rappresentato l'uomo dello stato che si prende le responsabilità e che spinge i cittadini a una responsabilizzazione che i suoi elettori non desideravano. E' per questo che egli cerca sempre di presentarsi in una luce scandalistica, egocentrica, teatrale, grottesca e farsesca. In questo modo egli ribadisce il proprio personaggio da commedia dell'arte o da commedia all'italiana in cui tanti italiani si identificano e a cui sono disposti a perdonare qualsiasi gaffe, imprudenza, bugia o bassezza. Inoltre così facendo Berlusconi ha continuato ad attirare i media su se stesso, nell'ottica della campagna elettorale permanente ed è riuscito a farsi percepire come un amichevole furbetto che conduce la sua battaglia, magari goffamente, contro i nemici statalisti e giustizialisti.

La situazione lasciata da questo governo-teatrino, è disastrosa. Infatti non si è realizzata quella ripresa della libera impresa su cui aveva scommesso il ministro Tremonti, inoltre i condoni e l’invito a pratiche illegali, come il doppio lavoro, ha consentito il proliferare degli abusi e dell'illegalità.

Si è evidenziato così che(togli la virgola!) a dispetto delle previsioni di tipo postmoderno sulla scomparsa dello stato-nazione, la sua presenza è oggi tanto più necessaria in quanto trattiene le spinte caotiche che vengono generate dalla società capitalista nel suo convulso sviluppo economico. Questo è vero soprattutto in Italia dove le istanze legate a una concezione pre-moderna del potere si sono saldate con le critiche postmoderne allo stato legate alla liquefazione della società e ai flussi della globalizzazione. L'Italia è quindi giunta alle problematiche del postmoderno senza avere fino in fondo sperimentato quelle della modernità a cui per tanti versi essa stessa ha dato storicamente inizio.
L'altra meta dell'elettorato non è automaticamente una parte sana. Si tratta semplicemente di una parte in cui sono presenti i temi più forti della responsabilità amministrativa e civile, almeno in termini di retorica. Ma anche qui ci sono ampie sacche di cultura democristiana, che insistono in uno stile di amministrazione poco trasparente e i partiti della sinistra moderata risentono dei limiti degli altri partiti socialdemocratici europei, che non sono del tutto immuni dalla corruzione. Inoltre si assiste a un fenomeno preoccupante proprio nella sinistra radicale. Infatti in questa sinistra, che viene dalle istanze degli anni '70, si assiste a una sfiducia di fondo verso le istituzioni che non spinge a una maggiore tensione etica, ma che al contrario si traduce spesso in un pragmatismo cinico e spregiudicato e in un'adesione di fatto alla cultura della furbizia e dell'illegalità. Sono infatti numerose le attività gestite da esponenti riconducibili a un passato di sinistra extraparlamentare che impongono il lavoro nero e che praticano l'evasione fiscale allo stesso modo dei piccoli imprenditori della destra berlusconiana. In alcuni casi gli stessi centri sociali occupati sono diventati dei music-pub a pagamento in cui non si fa più alcuna elaborazione politica, ma semplicemente un business abusivo, spesso con la compiacenza delle amministrazioni locali che si accontentano di pagare un prezzo (essendo luoghi occupati non pagano le bollette) e di chiudere un occhio (ad esempio sul consumo di stupefacenti) per rendere i giovani più inoffensivi. Questo accade perché dal punto di vista amministrativo si preferisce una gioventù abusivista, viziata e stordita a una gioventù lucida, combattiva, coerente e critica.

Comunque questi settori della sinistra radicale a cui si è accennato hanno un peso insignificante sull'economia nazionale. Essi sono sintomatici invece dal punto di vista delle tendenze di quella che pretendeva di essere la fonte di rinnovamento della società, essendo animata da sete di giustizia e da nobili ideali. Un altro punto che fa da pendant a queste considerazioni sulle tendenze in atto è il fatto che l'istruzione, la consapevolezza e in generale il livello culturale non tende più a crescere di generazione in generazione, ma a ridimensionarsi. In altre parole si assiste a una sorta di imbarbarimento della scuola italiana, dovuto anche a una sfiducia verso il ruolo sociale dell'istruzione superiore e universitaria, che non gode più di alcun prestigio sociale. Si è assistito a un abbassamento di tono dell'istruzione in tutti i suoi gradi dalla scuola elementare, trasformata in una sorta di asilo di infanzia, al liceo, divenuto una sorta di scuola media inferiore, e infine all'università, divenuta a sua volta una specie di liceo. Questo declassamento dell'istruzione (intrecciato allo svilimento della figura dell'insegnante, visto in molti casi come un fallito che vive ai limiti dell'indigenza) è letale per lo sviluppo sociale ed economico dell'Italia. Infatti l'unica possibilità per i paesi industrializzati di mantenere un livello medio di vita è quello di essere competitivi sul piano dell'innovazione scientifica e tecnologica, dell'organizzazione, del know how, dell'elaborazione di nuove tendenze e stili di vita e di consumo. Di certo la competizione non potrà avere successo se si gioca sul piano incolto del semplice costo della manodopera.

L'Italia ha rinunciato a qualsiasi ambizione di competitività nella ricerca e nella produzione tecnologica. Per fare un esempio la Olivetti che, prima dell'avvento del Personal Computer, era una delle maggiori produttrici mondiali di Computer Aziendali, si è trovata sull'orlo del fallimento e ha abbandonato di fatto la produzione di computer. L'Italia non ha Software Houses che mettano i loro prodotti sul mercato. I software italiani sono fatti per lo più su commissione. L'Italia è una delle più grandi consumatrici di telefonia cellulare, ma non ha una grande industria di telefoni cellulari. C'e stato qualche timido tentativo, ma in generale i prodotti elettronici italiani non sono prodotti di qualità. I prodotti per cui l'Italia è famosa nel mondo sono invece la moda, le scarpe, i vini, e i prodotti alimentari tipici. Questo significa che è sufficiente uno spostamento dei gusti per porre i crisi il "made in Italy". Questo significa che l'Italia è esposta al pericolo di una discesa verso gli standard del terzo mondo e in particolare dell'America Latina.

Questo nuovo governo quindi dovrebbe fare molto di più che diminuire il debito pubblico, ma è difficile che possa riuscirci. Infatti esso ha una maggioranza risicata e quindi nasce come governo debole. Il problema principale però è un altro: più la situazione peggiora e più questo tipo di italiano scaltro non penserà a risollevarla con un’azione socialmente positiva, bensì cercherà con ancora più accanimento di strappare per sé gli ultimi vantaggi possibili, provocando un’ulteriore degenerazione della situazione. Di contro a questo circolo vizioso, occorre invece cercare di riattivare un circolo virtuoso. Occorre cioè rimettere in moto una macchina organizzativa capace di produrre istruzione di qualità, servizi efficienti, produzioni industriali di alta tecnologia. Serve quindi un mutamento di atteggiamento e di stile di vita. E’ vero pure che questa Italia un po' cialtrona riesce alle volte a stupire il mondo con imprese inaspettate. Ma oggi l’Italia non può più andare avanti confidando nelle sorprese o nei miracoli, ma deve impegnarsi in una seria e faticosa attività di ricostruzione.

© Europa Revue 2006

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